Viandante per le strade

  • IO E ROMA

    • 26 Maggio 2013


    Scritto da AHMED KHARIFI


    Sono ormai passati Trenta anni da quando sono arrivato a Roma a Natale.  Trovai ospitalità presso il Comune di Roma.
    Scaduto il periodo prefissato per l’ospitalità, e percependo un bisogno oscuro di fare ancora una sosta a Roma, mi trovai cosi alla “Sosta”, un asilo notturno, dove si può trovare un angolo con una coperta fino al mattino. Fu lì, che lo incontrai per la prima volta: un signore che aveva già superato la cinquantina, ben pulito ed elegante, in contrasto con il posto in cui si trovava: lavava ogni sera la sua biancheria e stirava la camicia e il pantalone, dopo averli lavati e asciugati. Mi domandai da dove egli traesse la forza per sbrigare tutte queste faccende del lavare e stirare, malgrado la sua situazione lo costringesse a cercare rifugio notturno in un posto sordido, fra tanta gente della malavita, della disperazione e del degrado.

    Forse per un’attrattiva segreta, o per un’affinità sentita da lontano in modo vago, o per pura curiosità, si avvicinò a me, e cosi facemmo conoscenza.
    Al nostro primo incontro mi disse: “Io sono di Milano, sono stato benestante, ero commerciante di preziosi fra l’Italia e la Svizzera.”
    “E non le fa pena d’aver perduto tutto e di essere ridotto a fare questa vita?”
    “Per nulla, sono stato io a contribuire un po’ a mandare tutto in fumo: avere le ricchezze materiali e non aver realizzato il sogno intimo della mia vita mi faceva sentire come un abietto, una persona comune come tutte le altre, uno che si definisce con l’avere, e non con l’essere.” “E cosa sperava d’essere?” Serrò le labbra con una smorfia di pianto, ed ebbe per tutto il suo essere una scossa di singhiozzi soffocati. “Un artista, un pittore, ma non sono riuscito a mettere niente sulla tela!”
    Sentii un brivido di dolore, come una freccia che mi trafiggeva il cuore, balzai in piedi, tutto invaso di confusi sentimenti e pensieri, e avvertii che non mi ero alzato da solo, ma che mi ero messo in piedi per una spinta interiore.
    “Ciò che si agita nel tuo cuore, si agita anche nel mio cuore: perché c’è chi vuole vedere la gente in modo diverso a causa del colore della pelle? Diverso può essere il colore, ma è sempre uguale il cuore!”. “Non è un caso, uno che ha covato il sogno vano di fare lo scrittore? Ti vedo spesso con un libro da leggere.” Continuai con impeto e foga, senza badare alla sua domanda. “Ti capisco, a Milano come borghese saresti sempre un fallito, meglio a Roma come sbandato ma martire. Tutti i ricchi di sogni che sperano un giorno di dare una loro espressione alle cose, tutte le strade li portano a Roma. Tutti gli artisti mancati, tutti gli artisti infelici per non aver trovato i mezzi adatti per comunicare agli altri le immagini nobili e sublimi che portano all’anima, tutte le strade li portano a Roma.

    Non siamo venuti a Roma per sedere sul trono di Pietro come sovrani, ma per salire come martiri sulla croce, non siamo venuti in cerca dell’America, ma in cerca di una visione, di una voce. E Roma ci parla con le sue rovine, con la sua umanità tormentata nelle piazze. Non sono sapiente, che cos’è la poesia, non so dire, ma la sento davanti ad ogni rovina di Roma, davanti ad ogni individuo sbandato nelle sue piazze. In ogni angolo a Roma mi sento toccato, mi sento shoccato e sprofondato dentro me stesso per trovare tesori inaspettati. Credo, da questo effetto si riconosce la vera poesia, e Roma è piena di poesia, e per questo siamo a Roma e non altrove.” “Ti vedo molto agitato, mi congedo, vado al museo”.
    “Mi scusi per l’agitazione, mi congedo, vado in biblioteca”. E ci eravamo separati, per incontrarci la sera, e ricominciare una nuova giornata a Roma: al mattino, lui vagando e finendo al museo, ed io vagando e finendo in biblioteca.