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30a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Rev. Henry Pamphile La Joie Haba
Il grido del povero: la preghiera che tocca il cuore di Dio
Testi: Lc 18, 9-14 – Sir 35, 15-22 – Sal 33(34) – 2 Tm 4, 6-8.16-18«Due uomini salirono al tempio… e Dio non guarda quello che tutti credono. E noi, da quale parte siamo?»
Fratelli e sorelle,
In questa domenica, che conclude il mese missionario, la liturgia ci pone davanti allo sguardo di un Dio che ascolta. Il saggio Ben Sirac ce lo ricorda: «Il Signore ascolta la preghiera del povero» (Sir 35,17). Paolo, alla fine della sua vita, proclama: «Ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). E Gesù, nel Vangelo (Lc 18,9-14), ci mostra l’esempio del pubblicano, la cui preghiera umile e sincera tocca il cuore di Dio.
Rileggiamo il ritornello del Salmo di questa domenica: «Un povero grida e il Signore lo ascolta». Questa frase risuona come una promessa e un invito. Ma chi è questo povero di cui parla la Scrittura? Non è solo chi manca di pane o di denaro. Il vero povero, nella Bibbia, è colui che riconosce di non poter fare nulla senza Dio, colui la cui unica ricchezza è la fiducia e la fede.
Questo povero è il pubblicano del Vangelo di oggi. Non si vanta delle sue opere, non si giustifica. Rimane a distanza, umile e sincero. La sua preghiera è semplice: «Signore, abbi pietà di me, peccatore». E Dio lo giustifica, perché, come dice Ben Sira, «la preghiera del povero attraversa le nubi». Dio risponde al povero perché egli parla con il linguaggio del cuore, non si appoggia sui propri meriti, ma sulla misericordia.
Il fariseo, invece, sta nel tempio come davanti a uno specchio. Prega, sì, ma per contemplare sé stesso. Ringrazia Dio non per i suoi doni, ma per la propria virtù. L’orgoglio spirituale è più pericoloso del peccato stesso, perché chiude la porta del cuore; l’umiltà, invece, apre la porta del cielo.
Si racconta che un re, ricco e potente, pregava ogni mattina nel tempio costruito davanti al suo palazzo. Un mendicante curioso gli chiese: «Maestà, perché lei prega così tanto? Ha già tutto». E il re rispose: «Proprio per questo prego: per non dimenticare che tutto ciò che ho non mi appartiene. Senza Dio, sono più povero di te». Come dice un antico proverbio africano: «Non è la mano piena che prega meglio, ma il cuore vuoto».
San Paolo, nella lettera a Timoteo, riconosce con umiltà che la sua forza viene solo dal Signore: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza». È Dio che giustifica, non le nostre opere. Non siamo salvati dalle nostre preghiere perfette né dalle buone azioni, ma dalla grazia di un Dio che vede nel segreto.
Fratelli e sorelle, la Parola di oggi ci invita a una conversione del cuore e dello sguardo. Non giudichiamo, non confrontiamoci con gli altri. Chiediamo piuttosto la grazia di una preghiera vera, semplice, povera, che nasca dalle nostre ferite e dal desiderio di amare.
Che il grido del povero diventi anche il nostro grido: un grido d’amore, di fiducia e di abbandono. Perché è nella povertà del cuore che Dio fa la sua dimora, ed è nell’umiltà che rivela la sua grandezza.
Beato chi si riconosce povero, perché il Signore lo ascolta e lo rialza.
Che questa Parola ci insegni a pregare con un cuore umile e sincero, perché, giustificati dalla grazia e non dai nostri meriti, possiamo camminare ogni giorno nella luce della misericordia di Dio. Amen.
Preghiera finale
Signore Gesù,
Tu che ascolti il grido del povero e rialzi il cuore afflitto,
rendici oranti veri e umili.
Insegnaci a non vantarci dei nostri meriti,
ma ad attendere tutto dalla tua misericordia.
Liberaci dall’orgoglio che chiude il cuore
e apri in noi la via della compassione verso i fratelli.
In un mondo che confida nella potenza e nella ricchezza,
rendici testimoni della tua tenerezza e della tua giustizia.
Che le nostre labbra ti benedicano in ogni tempo
e che tutta la nostra vita diventi preghiera,
lode e offerta d’amore. Amen.